GLI ULTIMI SAMURAI
L'epopea e le avventure dei soldati nipponici che vollero
continuare a battersi per l'Imperatore anche dopo la resa del
Giappone
di Alberto Rosselli

La resa del Giappone il 2
settembre 1945
Dopo la firma della resa giapponese del 2
settembre 1945, nei vasti territori del Pacifico e del Far East non
ancora completamente occupati dalle forze anglo-americane e russe,
rimanevano in armi numerosi reparti giapponesi decisi a vendere cara
la propria pelle. Tagliate fuori, nel corso del 1944, dai
collegamenti con la madrepatria dalle molteplici offensive delle
forze aeronavali e terrestri alleate, molte guarnigioni del Tenno,
ormai prive di contatti tra di esse e a corto di rifornimenti e
munizioni, continuarono - anche dopo molti mesi e addirittura anni
dalla resa di Tokyo - a combattere un'eroica quanto assurda guerra
nella convinzione che il grande cataclisma del secondo conflitto non
fosse giunto a termine. Va tuttavia sottolineato che, in molti casi,
diversi furono i reparti giapponesi che, pur essendo venuti a
conoscenza della fine della guerra, preferirono proseguire i
combattimenti non fidandosi delle notizie al riguardo fornite loro
dagli alleati. Come è noto, tra la fine del 1941 e il maggio del
1942, il Giappone, grazie ad una serie di brillanti quanto fulminee
offensive aeronavali e terrestri, era riuscito a conquistare
un'enorme porzione del Sud Est asiatico. Dalla Cina alla Malesia,
dall'Indocina alla Birmania, dalle Filippine all'intera Indonesia
olandese, dalle Isole Aleutine agli arcipelaghi delle Gilbert, dalla
Nuova Guinea alle Salomone, le forze nipponiche avevano dilagato e
si erano spinte sempre più lontano, minacciando i confini
dell'Australia e dell'India. Quando tra il giugno del 1944 e il
giugno del 1945 le armate alleate scatenarono la loro definitiva
offensiva aeronavale del Pacifico - conquistando l'importante
arcipelago delle Marianne, punto cardine dell'intero sistema
difensivo insulare nipponico ed occupando in seguito Isole Palau,
Biak e la Nuova Guinea del nord, l'Isola di Morotai (la più a
settentrione delle Molucche), le Filippine ed infine le piazzeforti
di Iwo Jima e Okinawa - tutte le forze giapponesi dislocate in
Indonesia e Indocina vennero a trovarsi in una situazione disperata.
Prive di rifornimenti, munizioni, carburante, viveri e medicinali,
circa 45 divisioni giapponesi furono costrette a mantenere un
atteggiamento di difesa passiva seppur strenua, nella vana speranza
di vedere giungere dalla madrepatria un qualsiasi soccorso. Va
comunque detto che, dopo le conquiste americane di Iwo Jima (20
marzo 1945) e di Okinawa (21 giugno 1945), il Comando Supremo
giapponese impartì via radio a tutte le unità ancora operative nei
territori dell'Impero l'ordine di continuare a resistere ad oltranza
per l'onore dell'Imperatore (messaggio che venne captato soltanto da
quelle guarnigioni che possedevano ancora impianti radio
funzionanti).

Soldati Giapponesi prigionieri,
1945.
Le forze giapponesi ancora in armi dopo
la resa.
Secondo le informazioni raccolte dai servizi
segreti statunitensi, in data 15 agosto 1945, cioè sei giorni dopo
lo sgancio della seconda bomba atomica su Nagasaki (Hiroshima venne
bombardata il 6 agosto), al di fuori del territorio nazionale
giapponese (isola di Formosa e penisola di Corea incluse) non meno
di 550.000 soldati nipponici continuavano ancora a presidiare le
regioni e le isole Sud Est asiatico, mentre un milione e 600 mila
uomini controllavano i vasti territori della Cina e della Manciuria.
Più dettagliatamente, sempre sulla base dei conteggi effettuati
dagli analisti militari agli ordini dell'ammiraglio Nimitz,
risultavano ancora operativi i seguenti quantitativi di forze
giapponesi: Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia) 207.000
soldati; Malesia, 97.000 soldati; Sumatra, 69.000 soldati; Borneo
meridionale, 24.000 soldati; Giava, Bali, Sumba, Flores, Timor,
complessivamente 54.000 unità; Isola di Celebes, 20.000 soldati;
Arcipelago delle Molucche, Isola di Ceram 59.000 unità. Più qualche
migliaio (forse 5.000 uomini) di soldati rifugiatisi nelle fitte
giungle delle Filippine e di altre sperdute isole del Pacifico. Va
comunque precisato che, tra la seconda metà di settembre e il
dicembre del 1945, la grande maggioranza delle truppe giapponesi
occupanti i territori sopracitati si arrese alle forze alleate,
statunitensi, inglesi, australiane, cinesi e russe.

Un soldato giapponese catturato
viene perquisito.
Le grosse guarnigioni di Bali e della
Manciuria.
Le ultime più cospicue guarnigioni
nipponiche a cedere le armi furono quelle di stanza nell'Isola di
Bali e quelle dislocate in Manciuria. Il reparto posto a difesa
dell'isola indonesiana (l'equivalente di un reggimento di 6.000
uomini) si consegnò alle truppe australiane e britanniche nel
febbraio del 1946; mentre un'intera divisione di fanteria nipponica
(composta da 15/20.000 uomini), che all'indomani della resa si era
arroccata nei monti della Manciuria, ammainò la bandiera soltanto
nel dicembre del 1949, consegnandosi in parte alle truppe cinesi
comuniste e in parte all'armata sovietica che (senza alcuna
dichiarazione di guerra) aveva invaso la regione all'indomani
dell'olocausto atomico di Hiroshima. A questo proposito, è
interessante notare che, dopo la fine del conflitto, almeno 140.000
dei 700.000 soldati giapponesi che componevano l'Armata della
Manciuria furono costretti, pena la morte, a prestare servizio
nell'Armata Sovietica. In seguito, in base ad accordi segreti tra
Stalin e Mao Tze Tung, i russi consegnarono ai cinesi comunisti,
impegnati contro le forze nazionaliste di Nanchino, tutto
l'armamento leggero e pesante giapponese catturato in Manciuria e in
Corea.
Strenua resistenza nelle Filippine.

La resa di un soldato giapponese
nel 1943.
Ma torniamo alle guarnigioni nipponiche
isolate e ancora in armi. Verso la fine dell'aprile del '45,
conclusa l'occupazione dei principali centri delle Filippine, le
forze statunitensi si presero una pausa, rinunciando per un certo
periodo a rastrellare le montagne e le giungle più profonde
dell'arcipelago, proprio dove si erano rifugiati diversi reparti
giapponesi intenzionati a non cedere le armi. Nel luglio del 1946,
quando i contingenti di polizia filippini e americani incominciarono
ad effettuare ricognizioni all'interno delle isole di Mindanao e
Luzon, ebbero subito modo di constatare che un numero imprecisato di
soldati giapponesi, scampati ai feroci combattimenti dell'inverno e
della primavera dell'anno precedente, si aggiravano per le foreste,
per nulla intenzionati ad arrendersi. Sempre secondo i calcoli
effettuati dall'intelligence statunitense, ai primi di agosto del
'46 dei 114.000 soldati nipponici che nell'autunno del '44
presidiavano l'arcipelago oltre 4.000 risultavano ancora operativi,
inquadrati in unità autonome molto disciplinate ma scarsamente
armate ed equipaggiate. I primi avvistamenti da parte di indigeni
filippini di elementi giapponesi alla macchia risalivano in realtà a
molto tempo prima, per l'esattezza alla seconda metà del gennaio del
'46. E il primo scontro a fuoco tra unità di polizia e dell'esercito
di occupazione americano e soldati giapponesi si era verificato il
20 gennaio, ad appena 110 miglia a nord della capitale Manila.
Cinque giorni dopo, un battaglione misto di fanteria
statunitense-filippino (appartenente alla 86ma divisione Usa)
intercettò nel cuore della giungla una formazione composta da 120
soldati giapponesi armati di pistole, moschetti e di una
mitragliatrice. Nel breve ma violentissimo scontro che seguì, 72
soldati giapponesi furono uccisi mentre gli scampati si
sparpagliarono nella foresta. Questa prima vittoria costò agli
americani e ai filippini 50 tra morti e feriti e costrinse il
Comando statunitense del Pacifico ad avviare una vasta campagna di
propaganda, attraverso trasmissioni radiofoniche e mediante lanci di
manifestini, per "avvertire le superstiti unità giapponesi ancora in
armi della fine della guerra". Ma la campagna iniziò a sortire
qualche effetto soltanto dopo parecchi mesi, in quanto i giapponesi
non si fidavano affatto degli americani. Tanto è vero che il 22
febbraio del '46, a Luzon, elementi del 341° reggimento filippino e
della 86ma divisione Usa si scontrarono con una pattuglia di 30
giapponesi, che reagirono aprendo il fuoco. In quell'occasione una
decina di soldati del Sol Levante furono uccisi e gli alleati
subirono otto perdite. Ai primi di aprile, dalle foreste dell'isola
di Lubang emersero come fantasmi 40 soldati giapponesi, laceri e
affamati, che si consegnarono spontaneamente alle forze di polizia
filippine. Nell'arcipelago si dovette però attendere un anno perché
si verificasse una resa spontanea di altri gruppi. Nell'aprile del
1947, a Luzon, quindici giapponesi si consegnarono agli americani e,
poche settimane dopo, a Palawan, altri sette fecero altrettanto. Nel
gennaio del 1948, a Mindanao, un forte gruppo di 200 soldati
nipponici, discretamente armati e molto disciplinati, si consegnò
spontaneamente alla polizia filippina. E all'inizio dell'anno
seguente, un'altra mezza dozzina di giapponesi (quasi tutti
ammalati) venne scovata dalla polizia filippina in una grotta
immersa nella foresta di Luzon. Si trattò dell'ultimo consistente
gruppo di soldati del Sol Levante dislocati nell'arcipelago a cedere
le armi.
Nel 1974, ventinove anni dopo la fine della guerra, una notizia
sensazionale fece il giro del mondo: a cinquantaquattro anni
suonati, l'ultimo difensore nipponico decise di deporre le armi. Si
trattava del tenente di fanteria Hiroo Onada. Il soldato, ormai
ridotto a vivere nella giungla come un eremita, decise finalmente di
consegnarsi ad una pattuglia della polizia incrociata ai limiti
della foresta. Il soldato risultava ancora in possesso del suo
fucile con baionetta e molte munizioni e di una ventina di bombe a
mano. Non più in grado di adattarsi alla sua nuova vita di civile,
Onada preferì trasferirsi in Brasile dove tentò di rifarsi una vita
in una fattoria nel cuore della giungla amazzonica. Ma nell'aprile
del 1980, sempre nelle Filippine, un altro samurai, il capitano
Fumio Nakahira, sbucò fuori dalla foresta del monte Halcon (Isola di
Mindonoro) arrendendosi alle forze dell'ordine. Ma non era finita.
Se le gesta di Onada o di Nakahira furono a tal punto incredibili da
riempire le pagine dei giornali, la recente scoperta - avvenuta nel
gennaio del 1997 a Mindoro - dell'ottantacinquenne soldato
giapponese Noubo Sangrayban, ha addirittura convinto gli addetti
alla pubblicazione del libro sui Guinness dei Primati ad aprire un
nuovo capitolo sui record di resistenza. Sbarcato nell'isola nel
lontano 1943, Sangrayban aveva combattuto con coraggio contro i
marines statunitensi approdati nell'inverno del '44. Dopo la morte
di tutti i camerati del suo reparto, Noubo decise comunque di
mantenere fede al giuramento fatto all'Imperatore. Rifugiatosi, con
armi e munizioni, nel cuore della foresta, egli continuò a tendere
imboscate al nemico. Finite le munizioni, Noubo si unì allora alla
primitiva tribù dei Mangyan. Adottato da questa popolazione, il
soldato giapponese smise le vesti di militare dell'esercito per
indossare il perizoma e armarsi di lancia e arco. Per molti anni,
Noubo continuò a stuzzicare le pattuglie filippine a suon di frecce,
riuscendo sempre a farla franca. Alla metà degli anni Cinquanta,
decise però di farla finita con quell'assurda guerra. Prese in
moglie una donna Mangyan, ed ebbe da lei quattro figli. Quando nel
gennaio del 1997 una missione di esploratori occidentali visitò il
villaggio dei Mangyan, l'anziano ex-soldato nipponico si presentò a
loro raccontando con molta semplicità la sua incredibile storia e
manifestando l'intenzione di non volere più tornare in Giappone. E
quando gli furono mostrate alcune foto delle moderne metropoli
nipponiche, Noubo si dichiarò certissimo di volere rimanere nella
giungla per tutto il resto della sua vita, accanto alla sua
compagna, che nel frattempo si era ammalata.
Gli irriducibili di Saipan, Peleliu e
Morotai.

Il sergente Shoichi Yokoy nel
1941.
Il 1° dicembre 1945, a Saipan (isola che era
stata conquistata dagli americani nel luglio del 1944), 46
giapponesi agli ordini del capitano Oba si arresero agli
statunitensi, non prima di avere effettuato numerosi atti di
sabotaggio contro le locali installazioni militari. Mentre, nel
marzo del 1946, nell'Isola di Guam (conquistata nell'agosto del '44)
una squadra di 12 giapponesi ebbe ancora la forza di attaccare a
fucilate e con lanci di bombe a mano una pattuglia statunitense,
uccidendo sei soldati. Nel 1961, sempre a Saipan, due militari
giapponesi decisero di arrendersi; ma soltanto nel 1972, Shoichi
Yokoy, l'ultimo anziano difensore di Guam, fu fatto prigioniero da
due cacciatori mentre era intento a pescare nel torrente Talofofo.
Il malandato Yokoy conservava ancora un vecchio fucile Arisaka con
pochissime munizioni e un'arrugginita bomba a mano. Rientrato in
Giappone, Yokoy visse come un disadattato e morì il 23 settembre
1997, non prima di avere lasciato un avvincente libro di memorie.

Shoichi Yokoy dopo la cattura.

Il fucile e la bomba di Shoichi
Yokoy.
Tra il marzo e l'aprile del 1947, nella
piccola Isola Peleliu (conquistata dagli americani nel novembre del
'44), un gruppo di 33 soldati giapponesi abbandonati a se stessi
diede ancora segni di vita attaccando con fucili e bombe la locale
base militare americana presidiata da 150 marines. Giunti rinforzi
dalle Filippine, la banda nipponica venne poi in parte annientata e
in parte catturata al termine di un sanguinoso scontro che costò la
vita a diversi soldati americani.
Nella remota isola di Guadalcanal (occupata dagli americani nel
febbraio del '43), non meno di 100 soldati giapponesi continuarono a
combattere, suddivisi in piccoli gruppi, fino all'autunno del 1947.
Il 27 ottobre di quell'anno, l'ultimo combattente nipponico si
arrese ai militari australiani. Aveva con sé una baionetta rotta,
una vanga e una bottiglia d'acqua.
Più a sud, nell'Isola di Morotai (conquistata dai marines nel
settembre del '44), quindici soldati giapponesi continuarono a
combattere fino alla metà degli anni Cinquanta E soltanto nel 1973,
l'ultimo difensore dell'isola decise di abbassare le armi. Era il
soldato semplice Nakamura. Egli consegnò spontaneamente alla locale
polizia il suo fucile d'ordinanza, ben conservato in un panno, e
cinque proiettili. Rientrato in Giappone, Nakamura cercò, come molti
altri estremi combattenti del Sol Levante, di adattarsi ai tempi e
di integrarsi nella nuova e tumultuosa società giapponese. Ma non ci
riuscì, e morì nel 1976.

Tombe di soldati giapponesi, 1945.
FINE
Articolo
Pubblicato su www.arsmilitari.org