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Palestre vuote, corsi chiusi, giovani disinteressati. In Cina il kung fu riscuote sempre meno interesse. E per questo si muove il governo.

Un tempo lo slogan era "Arricchirsi è patriottico"; ora pare destinato a trasformarsi ne "Il kung fu è patriottico". La Cina della terza era, quella che dopo l'Impero
Celeste semi-feudale e l'infatuazione maoista sta sperimentando la fase dell'iperliberismo selvaggio promosso e governato da un sistema politico monopartitico, si
trova alle prese con la questione kung fu. In breve: le autorità centrali hanno segnalato la caduta libera in appeal dell'antica arte marziale.
La Cina dei giovani monaci che affollavano il monastero di Shaolin, dove si racconta sia nata la disciplina, è stata cancellata da decenni di comunismo prima e da
anni di arricchimento sfrenato ora. I ragazzi preferiscono girare per centri commerciali, concerti, discoteche e fast food. Quelli che ancora conservano ammirazione
per le arti marziali, affollano le palestre di taekwondo (disciplina coreana) o di boxe thailandese. Addirittura a Pechino l'Università del Popolo ha chiuso i corsi di
kung fu per mancanza di iscritti.

Per questo a Pechino hanno deciso di correre ai ripari. Il ministero dell'Educazione ha proposto "l'istituzione di corsi obbligatori di kung fu nel curriculm scolastico", le palestre di kung fu avranno agevolazioni statali e finanziamenti pubblici ed è prevedibile anche una massiccia campagna mediatica per propagandarne le virtù
presso il pubblico più giovane. Togliere il kung fu alla Cina sarebbe un po' come togliere all'Italia il calcio e rimpiazzarlo con il baseball: è l'indice di una trasformazione culturale che a sua volta denota una progressiva perdita di radici.

Non che la Cina sia in crisi d'identità. Come hanno notato molti studiosi (tra cui l'americano Samuel Huntington), la modernizzazione nei paesi orientali assume una caratteristica particolare. Accanto all'industrializzazione la gente riscopre anche l'orgoglio nazionale e le peculiarità asiatiche: lo si è visto nella recente ondata di
nazionalismo anti-giapponese prima cavalcata dalle autorità e poi repressa, dato che iniziava a diventare imbarazzante e incontrollabile.

Il motivo dunque non è solo patrottico, checché ne dicano i documenti ufficiali delle autorità. Nella Cina dei nuovi mercanti nulla si muove se non lo decide il denaro.Vi sono ragioni pratiche che spingono il governo cinese a difendere l'arte. La prima è che, con le Olimpiadi di Pechino 2008 alle porte, il kung fu dovrebbe essere il
biglietto di presentazione della Cina sportiva. Il secondo è che, nel mondo, l'arte marziale cinese riscuote un sempre maggiore successo. In termini di atleti ma anche di appassionati: il nuovo film di Stephen Chow (Kung Fusion) sta spopolando ai botteghini in America e in Asia, ridestando un interesse degno dei tempi di Bruce Lee.
Perchè dunque perdere un treno che sembra stia filando benissimo?




            La storia del kung fu



Quando il monaco Ta Mao giunse nel 520 d.C. dall'India in Cina, nel monastero di Shaolin, si trovò di fronte un gruppo di monaci fiaccati dalla meditazione e indeboliti nel fisico. E siccome all'epoca, più di oggi, era necessario sapersi difendere con le proprie mani, decise di fermarsi nel monastero e insegnare loro le arti
marziali. Ta Mao è considerato il padre del kung fu: un'arte marziale prevalentemente difensiva che, come tutte le arti marziali, non significa soltanto saper picchiare l'avversario.

Il kung fu originale si accompagna alla meditazione e alla filosofia, è disciplina di impiano buddista (quello che Ta Mao portò dall'India), e poggia sull'osservazione dei movimenti degli animali. Nella sua versione originale prevedeva 18-24 esercizi, e ciascun monaco seguiva un animale diverso. Progressivamente gli stili sono stati
unificati, e nel 1500 si è arrivati a cinque fondamentali: tigre, leopardo, gru, drago e serpente. In breve i macilenti preti di Shaolin si trasformarono in una potente casta di monaci-guerrieri, a cui l'imperatore non disdegnava chiedere aiuto, se era necessario.

La fortuna di Shaolin è stata alterna, ondeggiando a seconda della complessa storia cinese. Se la vide brutta durante la dinastia Ming, nell'800, con le relative persecuzioni e distruzioni dei monasteri buddisti. Poi le invasioni mongole, le dinastie Yuan e Manchu, le rivolte in tutta la Cina e, nel 1640, la rivoluzione che portò
sul trono la dinastia Ch'ing. Shaolin venne distrutto, si dice che solo sette monaci sopravvissero e si dispersero per la Cina, portando con sè gli insegnamenti del kung fu e creando poi vari ibridi in tutti i territori della 'terra di mezzo'.

Shaolin sarà poi ricostruito, ma quell'alone di mistero e segretezza verrà rispettato. L'accesso al monastero era fortemente selettivo, pesanti prove erano previste per chi vi voleva entrare e per chi ne usciva. Molti monaci, che già dall'800 vivevano ed operavano in clandestinità, presero parte alla rivolta nazionalistica dei boxer  contro la presenza di truppe occidentali nel paese. Dopo è storia recente: l'invasione del paese da parte del Giappone, la resistenza cinese divisa in due filoni (i conservatori del Kuomingtang e i comunisti di Mao), e la nascita della Cina socialista.

Di fronte al kung fu, che evidentemente doveva apparire retaggio di un passato feudale e assai poco rivoluzionario, i comunisti cinesi apparvero dubbiosi. Alcuni suoi  esponenti (Chu Enlai) lo avevano praticato in gioventù, arrivando anche a trascorrere parte della loro vita nel monastero di Shaolin, come fece il generale Xu Shiyou. I tempi duri furono gli anni '60, con la rivoluzione culturale, quando con il beneplacito di Mao Tse Tung nel Partito presero il sopravvento gli ortodossi, capeggiati dalla Banda dei quattro (composta dalla seconda moglie di Mao, Jiang Qing, dall'ideologo Yao Wenyuan, dall'operaio Wang Hongwen e dal burocrate Zhang
Chunqiao). Le guardie rosse presero d'assalto il monastero e lo distrussero, non riuscendo comunque ad estirpare l'arte marziale dalla cultura cinese. Che si è poi saputa adattare ai tempi, portando il kung fu in giro per il mondo con le pellicole, magari poco onorevoli ma molto redditizie, di Bruce Lee.



          Precetti e libri

Umiltà, rispetto e dolcezza, questi sono i precetti del kung fu. Da rintracciare e studiare in molti libri che parlano della disciplina.


Nonostante la sua evoluzione storica (e mediatica) abbia reso l'idea del kung fu come temibile arma di offesa, e nonostante codificare cosa oggi sia il kung fu è impresa estermamente ardua data la varietà di stili e di scuole, l'arte marziale di Shaolin nasce essenzialemente come tecnica difensiva. Con un suo ben definito retaggio filosofico: umiltà d'animo, dolcezza ed adattamento allo stile dell'avversario.

Nato da un impasto di taoismo (l'equilibrio del bene e del male), di buddismo (la meditazione) e di confucianesimo (la rettitudine morale, il rispetto delle gerarchie, la  venerazione epr il maestro) il kung fu riflette in sè i contenuti delle tre filosofie. Come in ogni arte di combattimento orientale, la molla del guerriero è rappresentata dall'equilibrio personale e dal rispetto verso l'avversario.

"Non c'è disgrazia più grande di prendere alla leggera il proprio avversario", "Tra due combattenti vince colui che cede", "Un buon combattente è un uomo umile": massime e precetti di questo tenore sono pane quotidiano per chi generalmente si accosta al kung fu, ed in generale alle arti marziali. In materia esiste comunque
una vasta bibliografia, di cui ci limitiamo a fornire solo alcuni riferimenti:

- Cesare Barioli, Il Kung fu, De Vecchi Editore 1976

- Chang Dsu Yao e Roberto Fassi, Enciclopedia del Kung Fu Shaolin, Edizioni Mediterranee 1986-1989

- Ignazio Cuturello e Giuseppe Ghezzi, Kung Fu Shaolin, De Vecchi Editore 1996

- Giuseppe Giosuè, Viaggio nel Kung Fu. Storia e metodi, Luni 2003

 

 di Marco Arceri (leonardo.it)